giovedì 16 settembre 2010

I Fioretti di Santa Magdi - prima sequenza

So che quasi vi troverete male dalla gioia profonda che questo articolo di sublimi e sticatissimi contenuti vi saprà donare. Ricevo e pubblico, non senza una certa emozione (ebbene sì, anche io mi commuovo), i fioretti preziosissimi di Madonna Magdi Allamvero, detta Santa Magdi per la grande dolcezza dei suoi sentimenti. Ecco a voi dunque, discepoli ingrati del VCS, i vaticini prodigiosi della grande falsista stilizzata.

Incipiunt dicta Dominae Magdi Allamverae, collecta per augustissimam Dominam Iudit Pastam modo audiendi et interpretandi.

Oggi carissimi amici del Cazziere, cui voglio tanto bene, vero... vorrei parlarvi di quando ho debuttato al Teatro Tramway [detto anche Metropolitano, a seconda del grado d'elevazione in cui si trova nel determinato momento storico, ndr.] della Nuova Avana. Correva se non ricordo male un anno preciso, ma poco importa, vero... Io non ero mai stata alla Nuova Avana perché il suo allora sovrintendente, Infido Incastro, non voleva di me, adducendo il preteso, vero, del tutto falso che io avrei infinocchiato i suoi soldati con il mio canto. Non so bene che intendesse, vero, con quella parola "infinocchiato", ma questo è quanto mi riportò il tenore Giuseppe Della Suora con il quale incisi per la Mecca un mio cavallo di battaglia, la Deodora del grande Vittorio Emanuele Gange.

A tal proposito ricordo che il povero Della Suora, vero... che aveva questa grande voce stentorea ma non riusciva a piegarla alle esigenze dello spartito... perché vedete, cari, vero... la parte di Ascelloris, nella Deodora, richiede anche quelle lievi ondulazioni, specie nelle scene di contatto con Deodora, e io mi ricordo che come al solito, vero... riuscivo a cantare tutti i pianissimi, e per cantare i pianissimi bisogna immaginare la nota che scende giù piano piano, e allargare, e insomma, vero... per me era facilissima, ma il povero Della Suora non ci riusciva, poverino, quanto l'ho compatito... Che bei momenti!

Ma insomma dicevo che Incastro non mi voleva al Tramway, che allora mi sembra fosse del tutto metropolitano, e allora alla fine per rialzarlo questo teatro, e mi consenta, vero... per salvaro, chiamarono me. Mi hanno detto sia stata la cara Mariolina Corno a presentare il mio nome a Incastro, ma mi sembra una storia inventata così, quasi per rimettere in questione la mia fama mondiale. E allora andai per cantare l'Attosca di Intiggini, e fu un vero delirio. Avevo all'incirca una trentina d'anni, circa il doppio di ora, e davvero mi sentivo una ragazzina, vero... Che bei ricordi, il pubblico in delirio, ed io che tutta umile, come sono solita, vero... mi prostravo a ricevere petali di rosa sul bel volto nel fiore degli anni.

Ma vorrei con più ardore parlare della Piedin Lesbò, dello stesso mastro Intiggini, nella quale riportai un personalissimo, vero... trionfo all'arena comunale di Zevio. Chi era il tenore, vero... Forse Borromeo Bruttibuddini, quel caro Borromeo, m'hanno detto che sta poco bene, poverino, vero... come compatisco, poverino... O forse era Scatenato Sabatingo... Ma poco importa, infondo. E insomma fu un trionfo senza pari, del quale quasi mi sono stupita, sapete, troppa umiltà fa perdere il contatto con il vero, vero...

Ad ogni modo ricordatevi, cari lettori, che la tecnica è una sola per il cento, il duecento, l'ottocento e il tremila, e io modestamente quella tecnica la nacqui, ecco tutto, vero...

Nell'Attosca ad esempio, quando lei sta per attoscare il pappone Carpa, che vuole intrattenersi con lei mentre ha condannato a sei mesi d'astinenza il bel Giuseppe, ebbene, vero... Intiggino ha scritto queste progressioni, che se non vengono risolte con grandi archi di fiato, ebbene la voce va tutta indietro e ne soffre tantissimo.

Ecco questi piccoli consigli hanno fatto di me la Magdi che tutti conoscete, e che sono ancora nonostante i miei 15 anni di età. 15 netti netti, come dice la Signora Mosca del Burro.

Ora vi devo lasciare perché mi aspetta un corso di aquagym tonificante a Rapolano Terme, dove cantai nel prestigiosissimo teatro un'indimenticabile Rigida di Azzurri. Ah, come facevo io la risata nella prima aria, così come la voleva Azzurri e così come l'ha scritta chiare lettere nello spartito...

Un augurale abbraccio dalla vostra devotissima,

Magdi.



mercoledì 8 settembre 2010

Mezze seghe a chi? Arcangela Pucci


Come me lo ha richiesto il grande nostro estimatore, ma non è nemmeno farci troppa grazia essere nostri estimatori giacché la stima è cosa naturale ove apportata alla nostra grandissima levatura di persone e di cognoscitori dell'arte del canto, cosa che tra tutte maxume è colenda tra le scienze e senza dubbio alcuno unica finalità d'una vita ben spesa, sicché caro Natale anche se non sa infilare due subiuntivi ed è privo, al contrario del sottoscritto medesimo, di una consecutio modale e temporale degna dei più grandissimi scrittori d'ogni favella, ebbene sappi lei che nonostante ciò e forse anche a detrimento lei ci sta molto simpatico, e non ce lo staresse di più se sarebbe più colto al pari di me e della divina Pasta.

Dunque per fare un grande piacere a Natale, che senz'altro ci sarà grato, ecco il ritorno di una rubrica che molto piacque a tutti e che ora ripropongo, e non mi è difficile perché la mia conoscenza delle cantanti d'una volta è tale che pur senza averne sentito la maggior parte in teatro dato che per chissà quale strana ragione, ma forse perché sono ancora un po' giovane, ho uno strano gap, come dicono i sassoni, tra l'ascolto delle oltremondane dive del 'tecento e le divine De Lafosse (sia sempre lodata) e Sferetti, ma comunque vi parlerò sulla scorta delle registrazioni in nostro possesso, e le possiedo tutte, ma proprio tutte in tutti i formati audiotelevisivi e oltre possibili e potenziali.

E vi parlerò dunque di Arcangela Pucci, cantante singolare soprattutto per il fatto che a più di x-vanta anni dimostra meno anni di quando aveva vent'anni e quasi quasi è più appetibile ora che non illa die quando debuttò nel lontano 1859 (o forse 1959, ma importa assolutissimamente poco come disse quel borgognone d'un guascone caro, e raro amico, Diliberto Herrera, hidalgo giovialissimo) nella Zigarata di Intiggini, nel ruolo della prezzemolina Titì. Le cronache parlano d'una giovane non troppo aitante ma dalla voce alta nella maschera (e le maschere ancora se ne ricordono come faceva risuonare la sua voce dentro di loro quasi emettendo i suoni all'altezza delle loro rocche petrose e pareti occipitali tanto da costringerli poi a doversi far fare una volgarmente detta pera di aspirina) che poi avrebbe trionfato, sempre in ascensore, in opere di stampo falsista come la Vecchiaccia Orientale, dello stesso Intiggini (seguito mal riuscito della Fanciulla Maniscalca del vero stilizzato Franz de Pallen, grande cavallo di battaglia, lo rammento, della superna Marfesina Puledrotti), o come la Signora Mosca Del Burro, sempre del porcarese Intiggini, ma anche il melodrammone in stile alberghiero Hotel O di Azzurri, nella parte da grande tragediana di Te-sé-Mona, grande lavoratrice tailandese fatta morta per strangolamento dal suo prosseneta per il suo troppo amore del cassio.

Ma la Pucci s'esibì in ben altre opere di ben altra stilizzazione, opere da vero VSD, con tutti i sacri clismi della STICA, benché non arrivò mai ad un vero e proprio CASTA DIVA forse più per esagerata morigeratezza che non per non reali capacità. Ricordo che la Pucci fu invitata spesso in teatri di minor conto quale il Teatro Metropolitano della Nuova Avana (ove fece uno Sforzo del Mastino notevole con il Mastino tutto cosce e nervi di Ispanico Vivaldi), ma anche il meno catacombale Teatro Filobusio di Nuova Yorca (attuale Obamalandia, ex Buscionia, ecc.)

Ebbe anche grande successo nell'Estremo estremo (giacché oriente e occidente se si fa il giro si toccano, e dato che la terra è tonda, beh si fa il giro e credo sia questo esempio della mia impenetrabile logica che tutta sottende alla mia perspicua e perspicace sintassi), ad esempio a Tokyo, nella Terra dei Flashanti. E lì cantò un ottimo Rigatino del quale si serba una ripresa audio a metà strada tra il video e la minestra di ceci.

Ma aveva proprio una bellissima voce la Pucci, con tanto di passaggio Do1-Do7 alto in maschera e sarebbe stato bello se avrebbe cantato essa anche parti maggiormente stilizzate, specie nelle opere di tenore frizzante, penso ad esempio alla parte di Fuffauffa, ancella intraprendente della largheggiante Inessa nell'azione comica in vari atti Inessa d'Arezzo di Unnebone Menirezzo, oppure la fatale, ma frizzante, Ditina nel grande e pruriginioso affresco popolare ferrarese (un po' polpettone a dire la veritate) intitolato Alte bisogne e bassi grattamenti del ferrarese Remo Ròidi, che s'ispirò naturalmente a quel capolavoro di introspezione inglese che va sotto il titolo di The itching hole del maltese Mirò Delculle Prude. La Ditina fu cavallo di battagllia, lo rammento e me ne sarete grati, di Teresina Onesti Masfigati, che forse, quasi quasi, e senza alcuna presunta umiltà da parte nostra, cioè di noi Donzelletta, potrebbe essere sovrapposta, quantum ad carrieram, alla oggi piacente e plasticissima Arcangela, che vediamo qui ritratta in una foto recentissima, durante un concorso di canto in Ciornia durante il quale la Pucci s'è prestata in qualità di giurista.

Un saluto alla divina Pasta, e tanta compassione per voi altri.

Gli ascolti:

Hotel O, Azzurri: gran scena di Te-se'-Mona

La Signora Mosca del Burro, Intiggini: Un bel dì vedremo, Tu tu tu tu (altrimenti detta aria del Clacson rotto).

La Rigida, Azzurri: cabaletta del gioire.

Rigatino, Azzurri: aria di Milza.

mercoledì 1 settembre 2010

C'è posta per la Pasta, vol. 91 - Carteggio con Bruttini sulla "Legge"


A grande richiesta – davvero ci avete sommersi di amabili, per quanto orchioclastiche, petizioni a riguardo – ecco una nuova puntata, novantunesima per essere precisi, della fortunata collana d'articoli ove la sempre amabile e celeste Giuditta, dea di queste arene, mi autorizza a pubblicare perle dal bellissimo forziere del suo archivio personale.


Dato che ho parlato recentemente, con un sapere che mi sembra più circonfuso di baleni ultramondani che da guizzi della povera mente mia, della genesi della Legge del maestro Perdenzio Bruttini, ecco un breve scambio epistolare intercorso tra detto musico e la Nostra adoratissima, sempre stilizzata maestra del ben pensare e cantar meglio. Le lettere datano di pochi giorni dopo il mandato rilasciato dal ciambellano di Naposilveone al caro maestro, che allora si trovava presso Cremona, alloggiato presso una delle sue molteplici amanti.


Inizia dunque il Bruttini, con una lettera volta a coinvolgere la Diva nell'estemporaneo progetto:


Cremona, addì Vulcanodì ottavo del mense di septembre mille'nto'trenta et uno,


Perdenzio Bruttini alla soavissima cantrice Iudita Pasta, della Cappella de' palatini Conti Semeladai e voce soprana a' solo de' regi teatri di Parmareggio, il saluto e la costanza d'ogni affetto, in rimembranza ognor fedele delle tante libagioni e proteste d'amor cortese che cotanta beltà d'artista offerse a suo um.issimo servo à la corte dogale di Felistrozzo degli Oceani.


E' caso inenarrabile, mia gentilissima dama, che, quasi mentre disperavo di tornare un dì all'Ascenzore, onde temevo che già fosse colmo il carico suo di altri musici assai valenti, m'arrivò ratto, quale augello in volo, siffatto messaggio del magno Naposilvione, ove rogato m'era scrivere per suo genetliaco e aggradimento un drama di poderosa fattura acché tutto il popolo di Mediolano unito in un fiato solo potesse meglio celebrar sua gloria estrema.


Donde m'accostai al cembalo e notturnamente, quasi preso da ardor che dan gl'Iddii, mi misi a componere e componetti tanto che al risveglio il Sol nascente ritrovò Bruttini sommerso da catasta di carte. Benedette queste carte, Iudit colendissima! E avendo voi ammente le componetti, voi sola. Orvia, ecco, vi mando con queste mie un saggio del mio penare. Che lo leggiate e, se v'è grato, lo cantiate a maggior gloria del silvestre eroe in quel dell'asceso teatro, altro non saprei dimandarvi, né sperare.


La Pasta, che allora si trovava in ammollo sulle rive dell'Eufrate, affluente della Martesana, prer la precisione a Gallo-sull-Unghia (oggi Gallarate), lesse, cantò, e rispose:


Gallo all'Unghia – addì Eremetedie undecimo del mese di settembre mille'nto trenta uno


Giuditta Pasta, superna cantrice della Cappella imperiale, maestra musica della Cappella de' conti Palatini Semeladai, maestra musica della Cappella de' marchesi Gratie, nonché soprana a' solo a' teatri regi di Parmareggio, della basilica cattedrale di Mediolano e della basilica gentilizia de' nobili viri Felistrozzo e Nasello degli Oceàni, al musico Perdenzio Bruttini,


il saluto e l'amabile benevolenza che si dee a chi di misericordia è oggetto, e di pietade.


Sono davvero sorpresa, mio caro, che voi m'invitiate a tali manifestazioni di bassa piaggeria ne' confronti di uomini più avvezzi al malcostume delle foreste, che non alle gentilezze cui io, artista del grado in cui mi pregio, sono stata diuturnamente adusa.


Ciònondimeno assai mi piacque il vostro ardire, e quasi vi ravvedo una naturale inclinazione vostra a carpire i secreti della mia volontà. Vedete dunque quanto merto si face, nel volgo, alle sorelle Lecisio per essersi da tempo svelate prone a tanto sire? E a tanto giunsero per essersi talora prodotte a' scene da lui condotte. Ebbene, pur sia. Giuditta canterà per desso ottentotto e tanto bene che forse cangerà pensieri, e tosto tornerà dov'egli s'en venne. O santo ardor di patria, quanto mi scuoti!


Ma caro davvero il tuono della cavatina che voi mi mandaste non conviensi alla mia voce. Il mio istromento meglio s'accomoda di diverse corde, come il la bemol a modo minore. Suvvia, poco vi chiedo... Ricomponete dessa cavatina, e vostra mi farò.


Bruttini ricevette il dispaccio quando già aveva mandato le bozze dell'opera completa presso lo stampatore, e precisamente mentre tatuava un'aria di bell'effetto, cominciante con “Il core involami”, sulla prosperosa natica destra della sua giunonica amante. Trovossi poi detta amante appropinquata anche al maestro Petezetti, che, letta l'iscrizione, in una sera di voluttà e sciampagna in quel di Bergamo, nell'allor augusta provincia di Orio al Serio, ne trasse ispirazione per l'aria finale, “Al dolce guidami”, nel melodramma marittimo “Ah! La balena!!” di qualche anno successivo. Per ironia del fato, fu la stessa Pasta a ricoprire il ruolo della Balena.


Così Bruttini lasciò lì l'anonima amata, e corse a fermare il torchio dello stampatore, non prima d'aver riscritto la cavatina “Casta diva” nella tonalità espressa dalla sacerrima Artista.


Rispose allora la Pasta, in viaggio per Mediolano, questo breve e confidenziale biglietto


Perdy carissimo,


che bella cosa facesti, rifacendo l'aria che facesti per me. La farò, ne fo promessa.


Ma non mi chiedere di cantare “Casta diva”, come so che vorresti, alla sindichessa Sossorci, che mi parrebbe dire bello a un mostro.


Chi canterà Cunzubalda? Voce mi giunse che sarebbe una delle due Lecisio? E soffrirei io, Giuditta Pasta, vedermi negletta per una volgare mign...


Qui s'interrompe il biglietto... forse la carrozza prese una buca, e la penna volò via dalle estremità delicate della nostra Giuditta.


Ecco l'ultimo biglietto di Bruttini, che faticò molto per trovare un'altra interprete del ruolo di Cunzubalda:


Giuditta divina,


Grande pena mi fu trovare una nuova Cunzubalda. Vi è pur nella provincia d'Arcore una non più giovanissima pulzella, di pelo rosso e coscia valiente, che dice discendere dalla stessa tribù dei Brambbili e risponde al nome di Trionforia. Ha voce discreta, che spesse volte fa risonare in strani gazebi da lei stessa approntati.


Mai sarà bella quanto voi siete, ma nondimeno è pronta a servirvi e cantar con voi.


Reverente m'inchino, vostro Perdenzio.


lunedì 30 agosto 2010

L'antro di Gigì - La LEGGE di Bruttini: genesi di un'opera


Cari e lesi lettori,

ancora una volta, per sua grazia ineffabile, l'oltremondana Giuditta mi concede queste succose chicche tratte dal mio poderoso sapere. Oggi voglio dilettarvi con la storia delle genesi della famosa opera “La Legge” di Perdenzio Bruttini, che per la divina Giuditta compose specialmente le opere “La Legge”, data in Ascensore l'anno 1x31 e la Che Bambola!, quasi contemporanea.

Correva il 1x31 e il tale Naposilveone scese dai monti a scompaginare la resistenza italica. Quivi trovò i suoi quartieri nella bella cittadina di Mediolano in provincia di Arcore, oggi sotto la giurisdizione di Sampietro e riprese in mano il bel teatro Ascensore. Naposilveone lo fece “aggrandire e abbellire d'ogni belluria”, così si legge almeno nei “Res gestae Naposylvionis doctissime exemplatae manu Aemilii de Fide canzellarii eius”, ritrovato in un codice miscellaneo appartenuto ai conti Semeladai Gratie del ramo Celomoll y Megratas y Noprendov y Agras. Così prosegue l'avita cronaca: “L'altissimo prence d'ogni bella plastica munito, ch'ogni anno andava lieto a vileggiare onde parir più bello in redditu suo, penzò anchor adornare con musica bella siffatto teatro e onde ciò facere mandò al maestro della cappella sua, Bordon de la Picella, di componere picciole gavotte e frotterelle delle cui quali grande aveva sperienza, in ispezie barcarolle e fior da rosto. Ma il brav'omo, che troppo avea sofferto dell'essere servo a cotanto divo, preferito havea libertà parcatella a magno magnare, talché s'era ito nell'isole lontane e si trovò adunque il Naposylvione privo di musici e cappella. A tanto non valse la strana ventura onde recar scoraggiamento al nobile viro ch'adunque si volse a miglior vassallo: il Brutini, ch'allor biscazzava lieto di buona gioventude et ardore in quel di Cremona apud certa sua dulcissima amante. Mandò dirgli che volea, il forte Artabano, che fosse per esso Brutini composita qualche melopea di savia contenenza, a ciò che meglio reggesse in giusto e puro governo suo popol beato et d'ogne grazia fornito. Brutini, che havea in gran dispitto il vacuo del borsino, arrise tam lieto al lieto incarco. E così componette “la Legge”, che tratta parea da antichissima compositione onusta d'anni et gloria, e che andava sotto nome assai desueto e strambo sonante come “Costitugione” o “Costitutione”, difficile memoratu. Affidò gli stromenti, il santissimo pastore, a quell'anima ebra di luce che il volgo clamava a gran voce “Alì fanò, alì fanò” omniquandocumque appariebat. E diede voce e spirto a tanto spiro d'artistico seme la condegna cantrice Iuditta Pasta, ch'allor regnava sull'Italica sclatta delle musiche dame”.

Le fonti dunque parlano chiare, e non ci sarebbe nulla da aggiungere sul contesto storico in cui questo poderoso melodramma, o meglio Tragedia, trovò a collocarsi. “La Legge”: dagli atti del Teatro si evince che Bruttini la compose in sole due ore ; gli bastò infatti, come emerge in tutta chiarezza da un attento studio di quella strana opera desueta detta “Constitutio rei publicae”, stralciare ogni passo che non confacesse pienamente all'alto disegno dell'augusto committente e armonizzare il resto nella tonalità gioviale di SI-FA-SOL (PER M.E, videlicet per Modulationem Enharmonicam).

La trama è in sé quasi banale: La Legge (soprano) è figlia di Placcateso (basso), sacerdote di Tivoincul, dio del Falso. Da anni essa drudeggia con Piduone (tenore), comandante di una legione della tribù Frimasonia. Essi nutrono due figli: un maschio, Gamorro, e una femmina, Mapphia. E poi quanti altri, il libretto non lo dice, ma si suppone soltanto. Un bel giorno Piduone tralascia la Legge per l'avvenente Cunzubalda, della tribù dei Brambbili, e la Legge s'inviperisce. Alla fine Legge e Piduone spariranno in un gran falò, per installarsi nell'iperuraneo, lasciando il tutto in mano a Placcateso e ai loro figli.

Più complessa la composizione, specie per le giustissime richieste della protagonista. Ma circa questo v'invito a leggere la prossima puntata di “C'è posta per la Pasta” (volume 91) in cui il Cazziere vi svelerà il carteggio tra la levissima cantatrice e il suo diletto Bruttini.

sabato 28 agosto 2010

I dadini di Brodino - Rocky il Copritore, nuovo DVD

Ricevo via etra et eziandio pubblico questo DADINO (Dissertazione di Allievo Destinato a Imperfettastilizzazione NOnostantetutto) del nostro fido collaboratore Brodino, che per ogni via è andato nutrendosi alle mamelle copiose della scienza del grande Gabbietti.

Il DADINO riguarda l'avvenuta presa visione, da parte di detto Brodino, della recente pubblicazione in DVD (Degenerazione Video-Destilizzata) della celeberrima opera di Bonaventura Mistacca, Rocky il Copritore, di cui ancora ricordo la splendida edizione data in Ascensore nel 1859 (o 1959, ma son quisquilie) con la stilizzatissima falsistissima Magdi Allamvero (che saluta tutti con affetto), grande diva (ebbeh, io m'ero già ritirata, che volete) e il grande Rocky di Ispanico Vivaldi, il buon Chiffonet di Achille Ettorini (altrove berciante, ma qui piacquette anche a Gabbietti, il ché è garanzia di ogni verità)... Insomma un grande cast, poco da obiettare. Vi allego la locandina così potete ripulirvici gli occhi. Un saluto a me stessa, Giuditta celeste.

Qui comincia il DADINO di Brodino:

Eccheccasso... La casa discografica Penthouse ha deciso di pubblicare sta porcata, alché ho deciso che naturalmente dovevo vederla perché io mi ci diletto capite a guardare le porcate così mi sento particolarmente ferrato in fatto di canto e posso smalignare perché o quanto mi piace smalignare sulle voci che sembrano tutte latrati subinguinali e oggi mica si sa più cantare come una volta anzi oggi mica si canta più ma che dico da oggi da almeno 50 anni eh mica da ieri.

A me mi frega una beneamata cippa di come recita un cantante quello deve cantare mica star lì a fare l'orango in scena perché se voglio vedere oranghi in scena beh vado al parco e magari sento anche dei suoni correttamente in maschera e stilizzati perché quello è e poi almeno ci vuole una voce sontuosa e quanto meno che il Gabbietti ne dica bene ma siccome il Gabbietti è ito allora non può più dir bene di nessuno sicché nessuno sarà detto bene da Gabbietti e allora nessuno avrà mai più voce sontuosa e in maschera e stilizzata.

Dunque veniamo ai cantanti solisti di questo Rocky il Copritore uscito per la Penthouse allora c'è la solita Carmen Economicosi che fa un'Adriana moglie di Rocky tutta spingi spingi che lo stringi e poi non sa recitare anche se a me non me ne frega una fava di Giobbe ma davvero quanto è poco brava l'Economicosi a recitare è quasi sorprendente ma poi come canta Dio mio pare un sifone rotto con qualche ingorgo quasi come una pentola a pressione con il coperchio sigillato pronta a esplodere e no Adriana non si canta così e poi mi domando come fa Rocky a gridare il suo amore per lei dal ring se questa sembra una pesciaia che io personalmente me la darei a gambe e poi non si declama così il monologo del terzo atto ci vuole più insinuazione nei confronti della baldracca Knorr e poi alla fine quando fa il passaggio Sol1-Sol7 deve essere stilizzata e allora niente da fare questa grida come una scimmia macaca e allora io la rimanderei a sentire la grande Magdi e dopo ciò decidere seriamente di cambiare mestiere.

Mè piaciuto di più il Chiffonet di Fofò Padovozzi che fa la parte dell'amico un po' frufru e infatti si chiama così perché si veste con ampi mantelli di chiffon e davvero come interpretazione m'è piaciuto dacché l'ho trovato in parte ma che voce da mastino cui è andato l'osso di traverso mon dieu ma dove siamo all'unità cinofila di qualche commissariato di una delegazione suburbana per diana e atteone?

Male malissimo la baldracca Knorr di Brigitta Littlehorns che ha una vocina per giunta omogenea ben lontana da quanto preconizza il Gabietti nel suo noto saggio Si qua vox nimium equa sit melius foret culum dare per viam pessima davvero per carità.

Comungue il fondo si tocca anzi ci si è catapultati dentro e ci si da pure una facciata violenta con il tenore Gioselito Vargasso che fa un Rocky che davvero più che a Silvestro Montone tenutario del ruolo alla creazione pare la versione ipertrofica di un qualunque Jean-Claude de la Sensualité Vendôme o altri omuncoli quali Neronegro oggi dittatore di non ricordo più quale stato colombiano troppo lezioso e delicagato sto Vargasso che si crede forse di non dovere affrontare il terribile Mason Dixon che per fortuna non deve cantare altrimenti sapete che quintetto non oso pensare.

Ecco spero che il mio DADINO sia stato saporito a piacere alla Giuditta è piaciuto molto dice che ha dato rilievo alla sua minestra di fiele di scrofa.

Ciauz.

martedì 20 luglio 2010

La Ida di Azzurri - in diretta dai Bagni di Monsummano (e ci si potrebbe anche affogare, in codesti bagni)

Con grande mia afflizione, perché questa è la parola giusta, credetemi (e la Pasta non mente!) mi trovo costretta a dovere scrivere di questa rappresentazione della celebre opera di Azzurri denominata "La Ida", e data per la prima volta alle scene a Catanzaro in Egitto, o quasi, nel 1671 per l'inaugurazione del traforo nell'alta montagna che s'erge e occupa gran parte della cosiddetta pianura Padana, ai confini estremi dell'Africa merdionale.


Finita la lezione di storia spicciola del melodramma, passiamo alla vera tragedia. E cioè questa cosa che senza pudore alcuno ha pervaso le mie celesti stanze quando, oh quanto mai incauta, le mie dita inanellate di perle di nube hanno premuto il pulsante ON della radio e hanno girato il pomello fino a sintonizzarla su RAGLIO3, canale dove si espande ormai da anni il fiele dello LSD più spurio.

Comincia male, questa Ida, trasmessa in diretta dai Bagni di Monsummano-a-Bagno, in provincia di Via-a-Reggio (anticamente Strada-a-Parma). Il tenore lirico leggero che tutti ci aspetteremmo per cantare la parte deliziosamente femminea di Rate-al-Mes (è egli un gigolò che riceve paga mensile dal Re di Calabria, in guerra con quello di Puglia, non scordiamocelo, e quindi richiede sempre emissione stilizzata!), è qui sostituito da un brutale e fremebondo Pierferdinando Smochingaro dal quale non siamo riusciti a sentire emissioni che fuoriscissero dall'inamidata collottola per tutta l'opera.

Ma il dramma, quello vero, giacché la Ida è piacevole vaudeville, viene a sentire i latrati e le fissità di tale Carmen Economicosi, reginetta, a suo dire e nostra constatazione, di Fesse-Bouc (dal francese, "natica-caprone", insomma, un sito che parla da sé, ne converrete), e che viene difesa a spada tratta e bile appena trattenuta da gentucola come il Bellacutella o altri seguaci che in buona e senziente ragione abbiamo deciso di bannare ad vitam, perché davvero, ragazzi, non si può farla fuori dal vasino e poi pretendere che la maestra (cioè io, modestamente) raccatti l'espleto come una vile inserviente (chiamate la Mona Monda caso mai).

Ma l'Economicosi è ben altro espleto, davvero. Vorrei solo analizzare l'aria celebre dei Cieli azzurri. Qui Azzurri davvero ci mise l'anima perché in fondo parlava di sé, del suo cognome, della sua famiglia... Della sua patria, e infatti la romanza vera e propria comincia con "O patria mia", subito dopo la citazione del cognome... Non so se avete mai notato, ma temo di no. Ecco, l'Economicosi fa esattamente il contrario di quanto si dovrebbe fare in questa aria, tutta giocata sul sentimento e soprattutto sulla stilizzatezza (quella sempre!!). No, guai... La nostra sbuffa, la nostra starnazza, la nostra a momenti sviene quando deve affrontare l'impervia salita sul passaggio Sol1-Sol7 laddove la Meloni Campani sembrava sorridesse per troppa facilità, finendo la corsa con un Sol7 in pianissimo librato a mezz'aria come la piuma di un cigno. Ma del cigno l'Economicosi ha solo la voce sgraziata e altro non saprei dire senon che mi ha ferito le orecchie che credevo ormai parate ad ogni insulto.

Tacerò del fatto che la nota critica Livia Avvocato ha osato tessere gli stessi elogi nei confronti di questa falsista e della citata Meloni! Proprio le stesse parole, non riesco a capacitarmene!! Ditemi che sogno, ditemi che non sono desta, ditemi che in un attimo di abbagliamento dell'ego sovrumano il mio occhio divino s'è ottenebrato e ha letto male. Ma no, lo leggo qui, proprio le stesse, identiche parole spese a favore della Economicosi, regina di Fesse-Bouc e della Meloni. Ma ditemi voi, menti prave eppur, forse, redimibili, questa è lode alla prima od insulto alla seconda?

Arriva la Mneris della veterana Casotta... Ha più anni di me, credo, ma almeno sa ancora fare due suoni vagamente stilizzati.

Basta, mi sono stancata di scrivere di queste fregnacce, avrei anche altro da fare... Come ad esempio strigliare il sommo musicologo Del Praz affinché castighi la cattiva informazione che nel giro di un giorno farà della Sbattoli l'interpreti di riferimento della Legge di Bruttini. Perché questo sarà, o forse è già, e allora sarà vano per voi vestire panni di fustagno nero e lacerarvi il viso con le vostre stesse unghie sporche della terra di cui vi sarete cosparsi il capo e del sangue che zampillerà dalle lunghe flagellazioni. Ormai la Legge si canterà solo così, sappiatelo, e voi... Voi... Voi eravati tutti lì, e non l'avete tramortita con lanci di pietre e/o pomidori decotti. O mia divina me, mi sento mancare. E per voi piango, oh quanto piango per voi. Ma è tardi, sì è tardi. Più per voi che per me, che sono sempre stilizzata e son, qual Zelmiramide, regina ed amante. Tié.

Sempre Sua, di se stessa, Giuditta.

Nell'illustrazione: i Bagni di Monsummano-a-Bagno.

Quanti di voi haveranno superato la prova?

Ahahahahahahah, se Donzelletta ride venendo dalla campagna (ho appena seminato le cucurbitacee, sicché sarebbe più appropriato dicere venendo alla campagna, ma poco ci cagliano queste corruganti defatigazioni celiose) in sul calar del sole, è perché Donzelletta, la DP e tutta la curia nostra celeste ai piedi suoi gaudente vi ha giuocato un ischerzo per somma sua (e vostra, perché nostro e vostro in un punto si fanno appresso la nostra sapienza che tutto contempla) gioja. Se avete capito la frase podalica poc'anzi composita allora potete seguitare a leggere, altrimenti rileggetela finché la vostra espressione non cangerassi da inebetitamente destilizzata qual'è a quasi (ma dico quasi) testimone di veruna, che non sia falsa, scintilla di sentimento razionevole.

Dicevo dunque nella mia forbita e castigatissima prosa adusa a tutti i clismi del cursus e del honos, insomma, VPS (vera prosa stilizzata) in veriveritate, che v'ho fatto un bel tiro a tutti voi, illecebri cerebri, e in particolare a quelli di Eleuterio che tanto ci consunse le onrate sfere olim (da non confondersi con le lampadine Osram) e quel sciocchino di Natale che scrive senza senso veruno di consecutio temporum e dovesse per questo imparare acciocché scriverebbe meglio.

Tale è l'ischerzo, e siffatto che per mesi gli astilizzati lettori nostri, che tanto fanno piangere allagrime di sangue la beata sempre stilizzata Pasta, e a me scoppiettare gli ubertosi capsieri (videlicet testicula, videlicet nella lingua lesa di ser Iacopone, le coglia), non avranno potuto leggere (il soggetto è alla prima riga di questo istesimo paragrafo) articoli, lamentandosene molto e contriti di core chiedendosi come mai e perché e donde e per qual ventura e come e quando noi si sarebbe elletto che non scrivassimo piue e spandere nostro sommo sapere ai fini della redenzione loro (sempre il de cujus soggetto del rigo 1).

Ma quanto s'ingannasserebbero costoro è cosa palese ed evidente all'occhio di noi celicoli giacché loro hanno presunto vieppiù troppissimo et molto della loro fallace possanza intellectiva, già che, infimi quali essi siano e sono giamai avrebbero essi potuto leggerli, condetti articoli, dacché noi si ellesse di renderli visibili solo a chi veracemente e in veriveritate plena et efficace potesse fregiarsi dell'onrato titulo di veri stilizzati, rifuggenti cioè da ogni assunzione lasciva di LSD e sempre attenti a non aver mai l'orecchio ottuso da merda veruna. E cioè noi soli potemmo leggerli, per nostra somma gioja, giacché non è cadere in peccato d'Onan godere di noi stessi se noi stessi soli possiamo, gaudio sommando a gaudio, godere di nostra gaudente stilizzatezza a pro nostro e ischerno di voi che tanto isprezzate il vero, seguitando invero a prezzare il falso, conciosiacosaché vi sia stati svelati un dì i tesori d'una De La Fosse a disdoro d'una Gamelancia o di una Meloni Campani che, ohi sommo orrore, l'illesa e virginea critica lsd-iana Livia Avvocato osò riporre sul piano medesmo d'una orrenda latrante falsista quale tale Carmen Economicosi, alla quale lanciamo imperituro vituperio in nome di Giuseppa Gradonnona e del suo sacrato avello ricettacolo d'ogni gaudizia.

Ben lo sa il Bellacutella, che sentì lo colpo tale, che disperò perdono (cito sempre il sommo Gabbietti e la sua ben nota Tragedia, ultimo de' libercoli suoi, il primo essendo quello sul Melodramma in cilindro, per i tipi della Frasconi, Anno di Giubileo 1500).

Con afflizione e doppia piroetta carpiata, vostro leso e divoto e humìlissimo servo Donzelletta.

Ps: baciatemi le piante, e non parlo delle quae supra cucurbitacee.

domenica 29 novembre 2009

8 miliardi di contatti!! Si festeggia con la Giovannona

E' con grito di meravigliosa maraviglia non che furente trasporto bacchico e apollineo che vi annunciamo senza neppure troppa sorpresa e sapendo di farvi cosa gradita giacché so che alla sola idea la vostra destilizzata vescica prorupperà in copioso umore per la troppa gioja e insomma vi piscerete addosso dal contento lo so bene e non credo sia una cosa fisiologicamente ultronea che voi lo facciate perché questi numeri possono darvi alla testa e non siete abituati a dessi come noi siamo abituati a loro e insomma volevo dirvi magno cum gaudio che oggi si sono raggiunti ipso facto i de cujus 8 miliardi di contatti da questo e quell'altro mondo, e che la Divina Pasta, seppure latitante (ma che latitante!!!) ha cantato uno sticatissimo passaggio Do1-Sol12 cosa che non le capitava da quando per stuzzicare quell'anima pia di Bruttini si fece riscrivere la cavatina celebrissima dalla Legge di Bruttini in La bemolle minore con grande deliquio degli orchestrali dell'Ascensore allora abituati alla più frequente tonalitade di si diesis e un quarto. Ma transeat, sono storie avulse da ogni contesto umano e ben lontane dalle vostre illecebri e standizzate menti.

Onde festeggiare, semmai ve ne fosse bisogno, ecco a voi, per il vostro certo gaudio e certi che ci ringrazierete ponendo tumuli di rose e verbene alle nostre stiizzatissime piante, ecco una disanima di alcune incisioni della celebrissima cantata, ma che dico cantata, vera cantata stilizzata per vere stilizzata, la Giovannona Coscialunga del paracelsico Roffini.
Cantata che davvero non può che essere appannaggio di un'artista che canti con tutti i clismi, nonché crismi, nonché microclismi del VCS, della STICA, capace di CA.STA DI.VA ecc. ecc. e quindi nemica d'ogni Standa, LSD e quindi poco attraente per l'attuale temperie orecchiomerdista che quasi quasi lasceremmo divampare in tutto il suo furore giacché come disse il nume Gabbietti "e deletione imperium bonae stilefactionis renaturumst" e così eccovi alcuni ascolti e successivo mio vaticinio inconfutabile poiché inconfutando circa la sua esecuzione.

1) Mariolina Corno, pianista Martino Nerch: un monumento di Stica, non potrei aggiungere altro. Giovannona è Mariolina, Mariolina è Giovannona, in un abbraccio mistico, sinolo di burro e sugna, triplice congiunzione di alta stilizzazione e apertura vocale senza pari. Nerch gliela suona, a Mariolina, questa cantata, come d'autunno si suonano le foglie cioè con dolce nenia fruscicante e stormire di uccelli fra i rovi.

2) Licia Rudolfi-Cielini, pianista non pervenuto: una Giovannona che non sembra aver mai attaccato il prosciutto al gancio. Bella voce non c'è che dire, ma latita lo stile che sempre pare drudeggiare con forme pericolosamente scolacciate e ochieggianti (ma non ancheggianti, in quello è maestra la Corno) verso il VCM più infido, detto VCMADFS (Vero canto di merda ammantato di falsa stilizzatezza).

3) Calcutta Granmaschia, con orchestra diretta dal Maestro Parlanti: una Giovannona dalla coscia breve ma invero molto stilizzata. Altro non saprei che aggiungere se non ad avercene oggi giorno.

4) Francine De La Fosse. AMEN. E non aggiungo altro che altro sarebbe bestemmia del Vero.

5) Sandaniela Madrid. Il nome è degno d'un prosciutto e tale è la coscia di questa Giovannona ben poco stilizzata. Anzi: non riesco a capacitarmi di come l'orecchiomerdismo imperante che pur sa bearsi di ben altre emule della Grantrota.

6) Fagiolia Sbattoli... Esci da quel delizioso corpuscolo!!! Perché sì la Fagiolia è appetibile, non quanto la Northerland s'intende (e intender non può chi non la prova).

Ecco... Aspetto vostre grazie complurime, e complurimmente vi saluto con ossequi, vostro colendissimo Donzelletta.

Ps: nella foto per festeggiarvi ecco la sublime Francine in camerino prima del noto concerto di Roncalceci.

venerdì 2 ottobre 2009

L'Urlo silente (1750ca), ossia De principio malorum



Poiché ci sembra cosa asssai giusta mettere in guardia i nostri lettori dall’errore più comunamente diffuso e fatale nel quale incappano a causa della loro DRC (diarrea retroflessa del coclide, volgarmente orecchiomerdismo), ci duole scrivere anche di quegli abomini che hanno costellato la storia del canto e dell’umanità nella sua lunga, ed o quanto mai insidiosa, strada verso la riunificazione con il VCS e la SS.

Vi fu in un tempo remoto, età dell’oro del genere umano, in cui il VCS regnava sovrano in ogni teatro e, cosa che desta ancor più maraviglia, in ogni privata dimora. Le fanciulle si facevano incastrare, i fanciulli evirati o virati gorgheggiavano da mane a sera, persino gli avi trovavano, accanto al focolare, il tempo e il gusto d’intonare ardite e volubili frottolle e pinzillacchere di sublime effetto, specie nelle dolci ore di compieta. Dal cielo cascava pioggia d’idromele, dalla terra spuntavano zolle d’oro pretioso. Le pareti erano d’alabastro e le tende di porpora. Su tutti, concordi in piena e santa letizia, aleggiava l’afflato dolcissimo del Vero Canto Stilizzato, le cui sacre leggi erano custodite nel tempio avito della Stica, sovra un colle aprico sempre arieggiato e i cui dolci effluvi molcevano il cuore, là, di fronte alla tomba della Grandonnona, nello spazio intersidereo delle Porte Sacre in giuso il colle ove s’erge maestoso il centro benessere San Miniato.

Ma un dì – oh! Giorno infausto all’umana stirpe – il veleno del male scelse, come l’umore d’un aspide inferocito, di spandersi in gran copia tra le vene dell’universo mondo. Proprio nella grande città di Fiesole, che su Fiorenza comanda, nel suo teatro una volta sì bel, si decise di mettere in scena un’orrida rappresentazione infesta, che venne chiamata film, sigla degenerante da cui sommi studiosi (tra i quali io stesso) hanno estratto l’acronimo Falsismo Illumina Lo Mondo, e questa terribile visione di marcescente disvalore artistico, priva d’ogni CA.STA D.I.V.A., ebbe titolo “L’Urlo silente”. L’autore, innominabile (tolga Iddio!), sferra ancora numerosi attacchi biliosi, qualche sera d’autunno, attorno all’avello sacro e benedetto della divina Grandonnona, che allora, in quel 1750ca pieno di luce, in cui i fiorenzini, ignari della catastrofe che gravava sul lor capo, si recavano giocondi e gai a premiarla, con plausi di gloria, offeriva i suoi pretiosi involi alla Rigida d’Azzurri, che quasi pareva esser stata scritta per lei sola.

Ma dopo la prima recita ecco che, al mattino, su una gazzetta locale nomata “Oracoliere” comparve l’annuncio dell’obbrobrio imminente... Dice l’orrendo frontespizio: “Stasera, presso il Gran Teatro di Fiesole, a’ diletto delle vostre anime perverse, la Grantrota rappresenterà un’opera nova, nomata l’Urlo silente. I posti a sedere sono locabili presso Giannetta alle Cascine”.

Ed ecco i fiorenzini correre goduriosi in quella landa di perdizione a trovar Giannetta, la quale lasciva vende a loro gran copia di cartule onde poter sedere nel vasto teatro di Fiesole. Ed ecco i fiorenzini salir la china che monta al piano, ed ecco tremare, a distanza, la sacra fiamma del sacerrimo sacello alle Porte Sacre. La Stica freme, la Stica infiamma! E cominciano a sentirsi le dolenti note spargentisi per l’aere in tuon di morte: la Grantrota intona l’aria del Silenzio, e questo Silenzio diventa un urlo uterino, strazievole, che permea l’aere di sterco, e i venti mefitici gonfiano, sorgono, impazzano e fuggono per ogni calle. Le ancelle votate al culto della Stica escono affrante dal sacro loco, le loro stilizzatissime note s’alzano indarno contro quest’ondata di lussoriosa melma che intride lo mezzo. Cantano le ancelle, ed ecco giungere la Divina Pasta, la Benibran, Cleptini, la Farinellona e quanti possano far scudo, con la loro pratica del VCS, a tanto atro prodigio.

A nulla valse, ahinoi, giacché il male vinse quella pugna. Il sacello fu svelto dalla valle degli avelli, vi s’accrebbe un cratere increscioso sul crinale. E il VCM scese tra noi. Ma una pugna non fa la guerra! E guerra sia sempre a codesto nemico del bene!


Le illustrazioni, provenienti dalla purtroppo dispersa collezione del conte Semela Daigratie, raffigurano la prima pagina del numero suddetto dell'Oracoliere e una rarissima effigie della Grantrota nella Lucia di Ambipur di Petezetti. L'ignaro artista ha scritto, a lapis, la leggenda "La signora Grantota (sic!) nell'opera Lucia di Ambipur".

martedì 29 settembre 2009

Grandi interviste: Magdi Allamvero, ossia il falsismo stilizzato


“La voce di Magdi Allamvero è quanto, e non è poco, dia al falsismo il diritto di esistere. Senza di lei, della sua SS e la sua conosenza della Stica questo abietto repertorio meriterebbe di venir sepolto sotto un’uggiosa coltre di putredine”. Così il Gabbietti, un Gabbietti italiano, nel suo “Trattatato completo del VCS”, per i tipi della celeberrima e lesa Casa Oscura.

Ci siamo dunque recati in un bel pomeriggio di pioggia a casa della signora Allamvero, che ha raggiunto da poco l’età invidiabile di 17 anni e 6 mesi, 150 dei quali passati a servizio del VCS, applicato però ad una delle piaghe più purulente prodotte dalla LSD, e cioè il cosiddetto falsismo, corrente inaugurata nel 1750ca con il film muto “L’Urlo silente”, protagognosta la Grantrota e culminante nelle orride pantomime della Cavalleria Urbana e dei Bagiazzi, di due autori che la
decenza stessa c’impone di mai nominare su queste pagine, nemmeno previa disposizione di ghirlande d’aglio e bucrani apotropaici.

La signora Magdi Allamvero abita a Roma, in provincia di Sanpietro, ed è nata come tutti sanno a Mediolano, provincia d’Arcore, anch’essa inglobata nelal provincia di Sanpietro. Questa è un’intervista corale giacché hanno presenziato Donzelletta (GDL), Trombettini (TT), Del Praz (GDP) e pensate addirittura la divina Pasta (GP) in collegamento intrasidereo.
Ma bando alle ciance, e eccovi l’intervista:

GDL: Gentilissima signora Allamvero, Lei sa che il Gabbietti, sommo nume tutelare e ministro eletto alle cose del VCS nonché uomo, ma che dico, uomo, superuomo, ma che dico, superuomo, nume insomma, ha scritto di lei cose straordinarie quasi come se il falsismo fosse giustificato solo perché lei lo cantasse un giorno quasi a dimostrare che davvero è la LSD il vero male di tutto giacché se lei con il VCS ha vinto sul VCM cantando falsismo ciò significa che il VCS potesse trionfare anche sul VCM cantando il falsismo, noto crogiuoli di ABS e commessi della ‘Standa?

MA: Veramente non ho capito una parola della sua domanda, ma non importa, le risponderò ugualmente perché mi sta tanto simpatico... Senta, il Gabbietti non so chi fosse né comprendo tutto questo suo parlare per aforismi privi di qualsiasi consecutio temporum e poi ignoro cosa sia il falsismo. Nel canto c’è una sola tecnica, che si voglia cantare il 500 o il 3000. E io modestamente questa tecnica la nacqui, ecco tutto.

GDP: Signora lei sicuramente sa chi sono io, sono Gigì del Praz, noto musicologo cinetista...

MA: Spiacente non l’ho mai sentita nominare ma prosegua pure, caro...

GDP: Sicuramente le sarà sfuggito di mente, con tanti ricordi che Lei deve avere... Ecco le volevo chiedere questo: che influenza ha avuto sulla Sua carriera il fatto che lei abbia cantato la parte di Adriana nel Rocky il Copritore di Mistacca sotto la direzione di Mistacca stesso?

MA: Trovo la Sua domanda alquanto obsoleta, mi permetta. No, io vorrei raccontarle questo, di Mistacca, con il quale ho lavorato con grande piacere e chi mi fece l’onore di scegliere me per cantare la sua Adriana nel Rocky il Copritore, dopo che avevo deciso di allontanarmi dalle scene un dieci minuti onde completare una mano di bridge... Insomma il Mistacca mi chiama, e io riattacco.... Richiama, ma io non me la sento di riattaccare una seconda volta al Mistacca, e così accetto. Ma volevo raccontarvi questo che mi è successo l’altra notte: ho sognato il Mistacca che riattaccava con questa storia dell’Adriana, e scriveva ADRIANA su un leggio tutto nero, e la parola Adriana era lucente, una cosa bellissima, e così ho detto: devo ricantare l’Adriana. Così ho chiamato Silvestro Montone e ci siamo messi d’accordo per riprendere il Rocky in Ascensore. Spero ci sarete.

GP: Se non abbiamo di meglio da fare sì, cara signora. Cucù, mi vede nello specchio sul pianoforte, sono io, la DP, la Divina Pasta. Senta, signora Allamvero, voglio metterla alla prova perché questa storia di stilizzazione un po’ mi subodora, se mi permette il termine... Io, che ho cantato la Legge di Bruttini, la Che Bambola! dello stesso Bruttini e altri opere veramente stilizzate le vorrei chiedere in cosa consistesse l’applicazione del VCS al repertorio falsista... Sentiamo, Magdi, sentiamo e aspettiamo fiduciosi...

MA: Ma nel vibratino da vero appoggio, per Diana... Che scherzi mi fai, Giuditta cara! Dal dì che mi conosci mi fai ancora di questi tranelli?

GP: Bene, sei stata attenta, ora vado perché mi chiamano la Benibran e la Saporita Didadini a sorbire il té (e sorbire anche loro, di rimando).

GDL: Gentile Magdi...

MA: Mi chiami signora Allamvero, è più prudente... più per voi che per me!

GDL: Va bene, gentile signora Allamvero... A proposito, vorrei che mi parlasse del ruolo della Rigida di Azzurri che lei ha così divinamente illustrato e di cui esistono solo pochi frammenti, oltre naturalmente al famoso microchip inciso attorno al 1839 per la casa discografica Ukulele...

MA: Oh, la Rigida... Ma vorrei parlavi con più ardore della Piedin Lesbò d’Intinggini...

GDL: Ma parli un po’ di quel che vuole, a sto punto...

MA: Eh certo, mi dovrei pure fare dei problemi? Allora, la Piedin Lesbò d’Intinggini è un’opera favolosa. Ricordo ancora quando la facemmo con Borromeo Bruttibuddini a Roncalceci o meglio ancora con Scatenato Sabatingo in quel di Zevio, sa, nell’arena comunale... Che ricordi, ma chi ormai canta più così...

TT: Mi riservo un’ultima domanda, signora Allamvero, per poi lasciarla tornare al ripasso della Sua Adriana...

MA: Ma come osa, giovinotto, io l’Adriana gliela saprei cantare anche a rovescio... “chiaror suo al stanca colomba bianca una come...”, vede?

TT: Sì sì, appassionante... Ma ora le volevo chiedere questo, se mi consente... Signora Allamvero, un consiglio per queste giovani generazioni che hanno smarrito ogni cognizione del VCS...

MA: Ancora con questo VCS? Giovinotto, parli italiano, la prego. Ad ogni modo un consiglio per i giovani è questo: LA MISURA! Quella la dà una cultura vera o una natura... spontanea... La Favina Masalda, per esempio, faceva delle cose che erano una cosa divina, e tutto con la misura, come d’altronde ho sempre cantanto anch’io. La misura, sì, sì, quella sempre... Specie nel finale della Piedin Lesbo di cui le accennavo poc’anzi o nella Deodora del grande Gange.

Ma è ora di salutare la celeste Magdi, e di congedarci dai nostri astilizzati ancorché fedeli lettori!

lunedì 28 settembre 2009

Piccolo glossario stilizzato

Dato che non confidiamo molto nella capacità apprenditoriale dei nostri lettori, e sperando di fare cosa gradita ai più e graditissima ai meno (che poi sono sempre i meno quelli che valgono di più, almeno così diceva il Gabbietti e se lo diceva lui così era), ho raccolto l'invito del nostro labronico critico Elenio Herrera a stilare un piccolo glossario per facilitare la vostra sempre fallosa stilizzazione. Per gli opportuni ringraziamenti potete lasciare un messaggio. Anzi, dovete. E soprattutto studiate perché non torneremo a spiegarvi queste banali ovvietà.


1) Delle SIGLE


1-a) Delle Sigle al bene rivolte


V.C.S.: Vero Canto Stilizzato


S.S.: Somma stilizzazione


A.D.S.L.: Assoluta e Divina stilizzazione lasciva (finora questo chrismon è stato affibbiato solo alla divina Pasta, anche se la Francine vi ha ambito e vi ambisce ancora, nell'ambito del VCS più spinto).


STI.CA: La Stilizzazione Canonica


CA.STA D.I.V.A.: Canto Statuario Dall'Inverosimile Valore Artistico (cfr. Coppiera Stimazzi)


S.ONT.U.O.SO: Suono ONTologicamente Unico (e) Oquantomai Sorprendente


1-b) Delle Sigle al male prone


V.C.M: Vero canto (di) merda


LSD: La Stilizzazione Devastanda, altrimenti detta Standa


A.B.S: Abominium Bonae Stilefactionis e cioè Abominio della buona stilizzazione


C.O.I.N: Canto Omertosamente Inquinato (da) Notepocostilizzate


C.O.O.P: Canto Orrendamente Orrendo (da) Peripateticafalsista


P.D.L.: Praticamente Da Linciare


2) Dei CONCETTI


2-a) Dei concetti al bene rivolti


STILIZZAZIONE: è l'ordine delle cose che sono in quanto sono perocché sono stilizzate, giacché chi non è stilizzato non è stilizzato e quindi non è.


STILIZZATO: è cioè che è stilizzato in contrapposizione logica con ciò che non è stilizzato e per dunque non è.


CANTO STILIZZATO: è, pertanto, ciò che è canto contrapposto a ciò che non è canto stilizzato e quindi non è canto ma orrendo latrato uterino da cantante falsista in pieno attacco di prurito dei canali di Fallopio.


VOCE SUONTUOSA: (cfr le sigle), è voce, dunque, oltre che sorretta da vera stilizzazione, capace di produrre suono ontologicamente unico e o quanto mai sorprendente.


MASCHERA: personaggio indispensabile nelle sale dei fastosi teatri, allo (si scrive anche "ha lo") scopo preciso di far risuonare dentro di sé le voci stilizzate e sontuose. [La definizione avrebbe potuto anche essere espressa in siffatto modo, per nulla ultroneo: "collo (si scrive anche "c'ho lo") scopo preciso ecc.", ma dato che non esercito il mestiere di maschera non mi pareva opportuno, giacché non ho lo scopo preciso di far risuonare alcunché dentro di me, specie quando ho mangiato leggero.


IMMASCHERATO: che canta con voce stilizzata e suontuosa nella maschera.


PASSAGGIO: dicesi passaggio l'insieme di note che una canto stilizzato sa promanare attraverso la maschera con voce suontuosa. Verbi gratia il passaggio temutissimo sol1-sol7 che tanto fa tremare le vene dell'inguine alle attuali Soffighebone e Gamelancia (cfr.Eleuterio).


2-c) Dei concetti al male proni


ASTILIZZAZIONE, NON STILIZZAZIONE: è ciò che non è stilizzato e quindi non è essendo contrapposto a ciò che è stilizzato perocché è e quindi è.


STILIZZAZIONE DEVASTANDA (LSD): radice da cui allignano tutte le male piante, s'è armata contro i sommi valori del VCS e diffonde nelle menti di chi l'assume la ria piaga del VCM.


ORECCHIO-MERDISMO, detto anche auralità fecale oppure, più scientificamente, diarrea introflessa del coclide: malattia sovente cronica ma ancor più spesso cronaca che affligge e infetta il 99,9 periodico della gente umana odierna. Questa malattia provoca la ricerca compulsiva di LSD, quindi di VCM. Si cura ascoltando la De Lafosse e pregando la Divina Pasta.


PREZZOLARISMO, mestiere scellerato di chi spaccia LSD.


2-c) Concetti mediani, ne buoni né puttani


ULTRONEO, ULTRONEITA': parola superna e superba, eccesso di ardore retorico, suono meccanico e sofisticamente demostenico, chiave d'ogni toppa, e ingranaggio espressivamente credibile, altezza e bassezza, immensità e chiusura, apertura alare e movimento di nari, spalancamento sulle porte spazio e temporali dell' horror vacui, strigliatura sagittale senza senso né sasso né sesso, procace ingarbuglio di connessioni intrinseche alle sinapsi dell'epimisio muscolare spiritico eppure, nel contempo e senza ombra del minimo dubbio, conciosiaccosacché sia cosa molto dubbiosa, ipostasi iperplasica dell'io superficiale ma anche profondo. Insomma, so una sega di che cosa voglia dire ultroneo ma intrippa un sacco il Donzelletta.


Per oggi è tutto, venerdì alle 14h30 la divina Pasta tiene a interrogarvi a sorpresa, e per questo ve lo fa sapere.




sabato 26 settembre 2009

C'è posta per la Pasta, vol.1 Breve scambio epistolare tra la Divina e Roffini

La Divina Pasta, assente per motivi del tutto giustificati e che comunque non vi deve alcuna spiegazione, poiché è già fin troppa grazia ricevuta che Ella si sia solamente abbassata a considerarvi dall'alto della sua megalopsichia e torreggiante eburneità di stilizzatezza, vi fa dono, affinché non ne sentiate troppo la mancanza, di alcuni suoi pretiosi ricordi, estratti dal suo poderoso archivio.

Cominciamo dunque con un breve scambio epistolare intercorso tra la Celestiale cantatrice e l'Onnipotente Maestro Roffini. Correva l'anno 1815 circa e la musa eletta alle arte stilizzate ricevette, da parte dell'illustre famiglia dei Felistrozzi Naselli degli Océani di Parma-Reggio, l'invito a esibirsi presso il Teatro Presidenziale della loro amena cittadina molisana onde sostituire l'ormai decotta Marfesina Puledrotti, che inoltre ormai s'era sposata, e quindi in Fuga. La psicagogica Giuditta aveva da poco superato la giovine età di 74 anni e mezzo, e, nonostante i suoi mezzi fossero del tutto integerrimi (e tali lo sono rimasti a tutt'oggi), per grande devozione ch'ella aveva per il Roffini, gli scrisse di suo pugno una breve lettera affinché il Maestro approntasse una revisione della stilizzatissima parte di Zelmiramide... Ma cediamo volentieri la parola, pardon, il Verbo, alla nostra savia imperatrice:

"Roffini dilet.mo,
a vergarti queste poche righe di supplica è la dolcissima amica Giuditta, per la quale non ti degnasti mai di scrivere una nota che foss'una (e non mi parlare di quella orribile parte da sguattera nella "Gita a Chartres") ma che graziasti con la tua somma Arte nel rifacere il grandioso tuo Tancretino, opera che cantai con la somma emissione stilizzata che ben sai e credo ti non essere humile oltre modo dicendo che in quella serata gloriosa, ove attinsi alle sfere più alte dell'Arte mia celeste, quasi bevendo dal labbro di Giove l'idromele squisito, tu mi guardasti con occhio pieno di dovuta gratitudine per il bene che feci all'Arte tua, che se ne trovò innalzata. Ma ben sai, Roffini mio, che sono modesta e che conciosiacosacché io sia giovine e molto, la scrittura della tua Zelmiramide mi pare non troppo adatta alla mia stilizzata vocalità odierna. E io, per fortuna dei numi, non sono la Marfesina. Perciò, dilet.mo, riscrivimi la Zelmiramide, e me ne sarai grato! Un dolce bacio sui tuoi mustacchi, tua sempre amica Titta"

Roffini, allora impegnato a scrivere le sue "Porcherie d'un bavoso" in un salotto buono del Calmy Horse di Lutezia, mandò ratto un MMS (Messaggio Massimamente Stilizzato) alla sua adorata Pasta. Riporto il testo nell'idioma originario di Roffini, il quale - lo ricordo per chi, astilizzato, lo ignorasse - benché nato a Loreto e perciò chiamato per ogni dove il "Fagiano di Lambrate", si esprimeva nel più puro dialetto di Bergamo, città onde discendeva l'augusta sua madre.


"Cara Giudì,

nun farmi riderè pecché teng e' allucì valgì ca' me piccian, propet’ te, cantà a' mia Zelmiramidè, a' ètà toja? Ma song uscitì pazzì e' Felistrozz? nun potevàn chiamà a' Grisì ca' almenò ce l''hà sempe sodè?! nun credò a' mie uocchi... Comunquè si propeto aia' cantarlà, pregà a' maronna e fai chello ca' vuoì. Io e' traspòrt nun te li facciò chesta voltà, ca' cu o' Tancretìn quasì me o' facevì sembrà na' stronzatìn e' Bruttinì. Jamme bella! Ma staje piangènd miserià? aie problèm e' soldì? sentì a me: io purè quann teng e' pezzè in front dicò vivà o' re e vaco proseguènd, ppe ciò primà e' fa' chesta scemènz, pensàc bbene.

o' toje carò Roffìn

Poscritt: ah te ricuerd chella dietà ca' me consigliàst, a vett’e vaccerr’, nun m'allicurd comm si dicè, beh comm vir' ra' fotografèll ca' te mandò ha funzionàt ppe grazià ro' Signorè! Nun te sembrò nu babbà? Stammì buonò!"


Alla fine la Divina rinunciò alla Zelmiramide, ma non certo per deferenza nei confronti del Roffini... Semplicemente il Felistrozzo fece una battuta infelice sullo stilizzatissimo decolleté della Diva, e lei rifiutò di esibirsi.

martedì 22 settembre 2009

Humanatio secunda in facie-de-culaginem Eleuterii plauditoris Gamelancae et Soffighebonae latrantium

Sono divinamente contrito del fatto che dovrò per una volta ancora rivestire i miei panni aviti di retore massimo e farvi tutta una stilizzatissima sbrodolata perché un povero minus habens ci ha di nuovo sfrantecato i maroni sulla divina De Lafosse e non pago di averceli ridotti a purea di marrons glacés ha pure deciso di andarsene invece di approfittare della nostra generositade che spagiamo a mani piene e poi ma per chi cazzo si crede di essere sto buzzurro?


La De Lafosse cantava non bene, di più e non è vero, assolutamente falso e degno di abominio imperituro pensare che fosse crescente ovvero troppo potente ovvero troppo controllata nell'emissione dei suoi acuti che parevano bucare il soffitto degli anfiteatri greci da quanto erano alti. No, la De Lafosse era tutti noi, la De Lafosse ce la faceva vede', la De Lafosse era maggica, caspiterina, ma che male v'abbiamo fatto noi eh? E che male v'ha fatto la Francine? Vado a dirlo alla maestro, uffi...

Eppure eccomi allora sin da ora e in questo ipsissimo istante pronto e prono a esibire tutta la mia gloria sintattica lanciandomi in un'invettiva pregna di sensi stilizzatissimi:

ELEUTERIO CI HAI ROTTO LA MINCHIA MA TI PREGO, RESTA E GODI DI NOI!! (E lascia perdere la Gamelancia e la Soffighebona)

Che dire, nemmeno il latino Chiacchierone era arrivato a tanto, m'inchino a me stesso.

E tanto per dimostrare che non ho detto cose mendaci, eccovi il confronto:

Aria della catena del cesso, dalla Negra e Cazziero di Roffini:

1) Cantata dalla De Lafosse, Loreto, città di miracoli, 1889

2) Cantata dalla Madrid, Loreto, città di miracolati, 1906

sabato 19 settembre 2009

salutino e Membro


E' con grande onere e onore che voglio salutare lo stilizzatissimo pubblico seguace di questo Blog.
I Tenutari del suddetto hanno richiesto una mia possibile collaborazione che accetto con grande gioja. Le mie competenze non sono degne dei signori Tenutari , ma ho l'orecchio assai buono e un fiuto ottimo nello scovare e reperire vere chicche stilizzate o anche no che sempre, e in modo ultroneo, metto a disposizione dello stilizzatissimo pubblico.


Dopo questa breve ed esaurita presentazione propongo una riflessione di ascolto per "Sporge l'irato membro", brano di cui ho già detto in conversari piacevoli e a tratti quasi salottieri, per non dire da caserma (mi scusino il termine!) sia con l'amico Gigi che con il Donzelletta (che pur finendo con la A trattasi di un uomo, cosa che agli inzi della mia frequentazione mi ha lasciato stupefatto per come venga ridotta la lingua italiana con gente di una ignoranza allucinante che non sa che se un figlio nasce maschio si deve chiamare con la O e non con la A. Comunque questa è una parentesi lingustica e qua la chiudo). Dicevo che, per non perdere il filo del discorso cosa che tendo a fare in modo assai ultroneo ma non ci posso fare nulla, anche mia mamma era così, sarebbe bene cercare di stabilire se l'aria del Membro (come vengono chiamate questo tipo di arie che con le arie da baule, quelle di riempimento e quelle di paragone rendono esatta l'idea della cosa a cui alludono, insomma: il Membro allude al sesso mascolino così come il paragone con uno scoglio allude allo scoglio) sia passibile di una degna stilizzazione o sia una semplice e volgare ariaccia baroccheggiante per non dire baraccheggiante.
Certo che molto fa pensare il fatto che l'aria del Membro venga associata alle arie da Riempimento, fatto che porta a facili sconcerie da avanspettacolo, perdendo tutta la sua dignità e svilendosi di molto, ma assai di molto.
"Sporge l'irato Membro" venne scritta per il famoso castrato Giuliettina Manfrè, che essendo castrato assunse quasi da subito il nome da donna perchè NON è assolutamente vero che un castrato resta maschio a tutti gli effetti ma, come dice nel suo trattato "Un sigaro co' ciuffi" la sociologa Waldemara Capece Stroganoff: "l'omo è omo solo se ha le palle e solo con le palle si può usare il sigaro co' ciuffi, cosa che rimette al mondo quasiasi Donzella".
La Manfrè portò al successo l'aria nel breve spazio di un mattino, o meglio, nel breve spazio di una notte brava: era il 1694 (o il 1964, ma cambia assolutamente poco) e tutta Parigi impazziva per lei. La ragazzona alta, snella, bionda fulva, occhio glauco e baffetti da furetta cantò l'aria del Membro nella pretiosa, ancorchè pretestuosa, Salle Topier a Pigalle durante il concorso per Miss Trans e fu il delirio. Le gambe affusolate chiuse in calze a rete color fumo di Londra, con la virile peluria che occhieggiava dalla rete, non bastarono a distogliere l'attenzione dei presenti dall'irato membro sia cantato, sia mostrato.
Vero è che la registrazione della serata, da me rinvenuta in un Music Porno Store di Amsterdam, presenta qualche lacuna e non è possibile apprezzare il pieno splendore stilizzatissimo dell'aria: fischi, schioccchi, sciacquettii e ronzii disturbano il 125% della registrazione, il restante 75% viene nascosto da una voce che urla: "Ollelè, Ollalà faccela vedè, faccela toccà" il che rende esattissima l'idea del clima che si respirava nella serata.
Fermo restando che questa è l'unica registrazione conosciuta dell'aria del Membro possiamo, quindi, dirci assai ben soddisfatti della resa acustica derivante dal fatto che solo il 200% totale della registrazione è praticamente rovinato.
Non mi sento di mettere la mano sul fuoco per giurare che l'aria del Membro (Member's air, in inglese) possa poter esser definita claro esempio di Stilizzazione Canonica ( 'Stica): la Divina Pasta mai l'ha cantata e, a onor del vero, non so nemmeno se sarebbe stata in grado di produrre gli ultronei colpi di glottide che permettono alla Manfrè di pervenire ratta e repente al Do#alla 14° (virgola 3 periodico) nota che così ben caratterizza tutto il Membro.
L'accompagnamento con Violone d'amore, Viola da gamba e Arpeggione presenta caratteristiche di sconcertante concertino.
L'edizione da me recensita è per i tipi della Fava Records. $ 245,05. Edizioni Esaurite.

giovedì 17 settembre 2009

Mezze seghe a chi? Tomo I: Padovona Luna


Inauguriamo oggi con questo pretioso articolo una serie di articoli dedicati a vari/e cantanti/e generalemente considerati dalla plebe indegna come mezze seghe e che verranno analizzati con somma nostra scienzia in questi articoli.

L’altro giorno rimettendo ordine tra gli scaffali dei nostri cilindri con grande mio disappunto perché quella sbadata di Mona Monda nostra serva da tempi immemori non aveva sdiragnato le ragnatele e ecco che in mezzo alla polvere trovo due dischi compatti che mi tornano furtivamente in memoria rimandandomi ai tempi in cui ebbi una lite furibonda tanto che addirittura gridai “per dincibacco” io sempre così attento alla forma e alle buone maniere dicevo litigavo con sto coglione d’un troglodita con le orecchie ripiene di merda che diceva che Padovona Luna fosse una mezza sega di cantante mentre io sostengo che avercene oggi che ci si spellerebbero le mano e staccherebbimo le corde vocali se la sentissimo in Ascensore dove ormai s’ascoltano solo gli strappi uterini di certe lavative che nemmeno la Monda ma lasciamo stare che mi girano le palle solo a pensarci.

Dicevo eziandio di Padovona Luna una cantante molto brava rispetto alla melma che ottunde gli odierni palcoscemici e che rimpiango con molto rimpianto anche se devo dire che dal punto di vista strettamente dell’interpretazione la signora non fosse del tutto esaudiativa conciosiacosacché fosse stilizzata abbastanza da non risultarmi completamente ultornea all’orecchio stilizzato. Questa bella topolona biondina era nata se non ricordo male dalle parti del sud Tirolo e ciò vuol dire che era un po’ tanto terroncina ma chi se ne cale o se ne cala le brache, nessuno rispondereste avendo qualche ragione di pensarlo. Fece molta gavetta cantando la Legge di Bruttini a Tokyo in Brasile e qualcos’altro dalle parti di Bratislava in Sud Corea ma ora i dati mi sfuggono e tanto è di scarso interesse e è già tanto che mi sfrantechi gli ubertosi maroni a parlare di costei ma devo dire che comunque un po’ mi ci piace perché ad esempio quando cantava la Rigida di Azzurri ebbeh non c’era per nessuno perché faceva dei bei filati che nemmeno la Grandonnona quella che nelle sue scarnificate etsi stilizzatissime spoglie riposa presso il sacro campo delle porte Sacre a Fiorenza dove rimanemmo a rimirar le stelle ecc. Ecc.

La Luna certo non scatevava le maree dell’entusiasmo questo no ma sempre è stata una solida professionista del buon canto con decenti punte di stilizzatezza specie nel settore medio acuto e nel passaggio sol3-sol 7 dove la voce raggiungeva una qualche penetratività e anche più di qualche... Ad esempio è un piacere sentirla nella scena della picche nicche nel Ballo delle debuttanti, fascinoso vaudeville di Azzurri, dato a Sao Paolo in Giappone l’anno 1867 con il grandissimo tenore azzurrista reggino Bruttibuddini... Gran figata davvero direbbe il nostro caro e petulante amico Bellacutella...

Altri tempi, altre voci, altro che mezze seghe... Se quelle poi erano mezze seghe quelle di oggi cosa sono, in proporzione? Ghigliottine elettriche... ahahah, sono stilizzatamente molto simpatico.

Ecco gli ascolti:

Padovona Luna

La Rigida d’Azzurri: gran scena del prim’atto
Aria del atto quarto

Il ballo delle debuttanti d’Azzurri: Aria del picche nicche e scena del prato (con Bruttibuddini)

Il Cercarobe d’Azzurri: Aria del prim’atto e duetto del quart’atto (con Achillini)

martedì 15 settembre 2009

Evviva il forchettone... Quando Fagiolia si mette a dieta

Per continuare la serie cominciata con tanta vis polemica dal nostro celeberrimo critico musicale Del Praz mi accingo a scrivere qualche sconsolata riga su questo nuovo parto della casa discografica di Islamabad MECCA. Grazie ai nostri potenti mezzi, decorrenti dal sovrumano VCS, siamo riusciti ad ascoltare quasi il 73% di quest'album che verrà reso disponibile nelle migliori discariche (videlicet negozi di dischi) a partire da metà del prossimo mese, alla peggio.



La divettona Fagiolia Sbattoli, che nessuno aveva notata quando cantò, con grande strepito di nari, la "Mazza glabra" di Roffini in Ascensore nel 1889, continua la sua folgorante ascesa verso i cieli della LSD (La Stilizzazione Devastanda) con questo nuovo programma, del quale ci attendiamo numerose (si fa per dire) esibizioni in pubblico come è del resto lei solita. Questa volta a passare sotto le avide fauci della belloccia cantante (nata lo ricordo nell'Apenzell da madre bergamasca, e perciò calabrese e da padre sudmessicano) è un repertorio poco conosciuto, quello delle Incastrate, ossia di quelle particolari cantatrici del secolo XVesimo cosìddette per la mole poderosa raggiunta dopo anni di studio severo, mole che consentiva a loro di ottenere quelle voci strozzate da oca all'ingrasso e che tanto hanno dato lustro a pagine di compositori stilizzatissimi quali Mandelejev, Azze, Rossoscuro, O Gallinaro ecc. ecc. Insomma, il repertorio favorito, ohimé, dei classicari di vecchia schiatta, prima che questi posassero gli occhi putti sulla produzione venerabile del grande Roffini.

Si legge infatti nell'obesa nota di accopagnamento al disco che le Incastrate, nel corso della loro formazione cominciata alla tenera età di 45 anni, e per ritardare, o addirittura interrompere il corso naturale delle cose culminanti in una avvampante menopausa, dovessero seguire un programma diurno e notturno di particolare e pesantissimo tenore. Cito dal libretto (che a sua volta cita il Tarziannus de Geine, trattatista coevo): "Le nobili pulzelle sul fiore degli anni, e prima che fortuiti calori le prendano (a segno del fior che sta molcendosi) seguiranno codesto regime ogni die et ogni notte alfine ch'elle preservino lungamente et più diuturnamente i caratteri lor belli di salute e rigogliosa baldanza juvenile. A mattutini albori assumeranno diconsi tre marmitte di tale preparato minestroso che i Toschi chiamano ribbolitta, a sesta due piatti fondi di fettucce di grano duro condite con salsa di salsiccia, a mezzodì due pasticci di maiale e rognoni di bue, a compieta sei torte di farro e strabaglione e più tardi, al Vespro, tutto sia lor concesso che non sia verde". La più celebre Incastrata, cui è stato dedicato anche un film di pessima fattura stilizzatoria, è rimasta la Farinellona, così nomata per le quantità sovrumane di pane e focacce consumate da mane a sera.

Ma veniamo alla Fagiolia, che, lo provano le effigi d'accompagnamento, ha compiutamente seguito tutte le indicazioni del de Geine. Salvo poi disattendere ogni indicazione sulle reali capacità (stiizzatissime) delle cantrici incastrate, e cioè quella del petulante filo di voce conseguente allo strozzamento dell'uvula contro la tiroide ipertrofica! Così la piacente (e sedicente, nonché sediziosa) divetta si lancia con la sua compassata, stentorea voce, in pagine che meriterebbero maggiore stilizzatezza (quella sempre) e forse più esagitazione inguinale, come le arie della Zelmiramide rimasta anonima di Rossoscuro, o la celeberrima aria di bonaccia scritta apposta dal cugino terzo della Farinellona per essere inserito nel Tortalchermesse di Azze, "Son qual nave" (e pare che fosse di gran effetto sul pubblico di allora la mossa graziosa con cui la Farinellona indicava i fianchi poderosi cantando quelle parole). Troppa voce, troppa continenza e poca stilizzatezza, dunque. Noi ricorderemo la celebre Coppiera Stimazzi in un vecchio cilindro cantare l'aria "Ombra mai fu" dal Chermesse di Mandeleiev (aria bizzarra cantata di fronte a un ombrellone difettoso), con ben maggiore sibilismo vocale e quindi stilizzatezza.

La Sbattoli è qui accompagnata dal gruppo classicaro L'Orto rumoroso. Buon pro le ha fatto perché 158 elementi sono appena sufficienti ad accompagnare il suo poderoso (e ultroneo) organo vocale.

Non forniamo il programma completo, perché questa volta è esageratamente lungo e copre quaranta dischi compatti... Senza nemmeno un'aria di Roffini!! E poi parlano di cultura! Comunque arie di Mandelejev, Rossoscuro, Azze, O Gallinaro, Tassi, Perdi, Nardi e altri della scuola dei Rantòli di Partenope in provincia di Strasburgo.

Ascolti:

Coppiera Stimazzi "Ombra mai fu" dal Chermesse di Mandeleiev

Francine de Lafosse "Son qual nave" dal Tortalchermesse di Azze

Francine de La Fosse ossia il vero canto stilizzato


Un coglione ignorante e oltremodo ultroneo ha osato spandere la sua merdosa ignoranza sulla chat dicendo cose indegne su un vero mito del canto stilizzato, irraggiungibile esempio di preclara virtù canora e irripetibile dispensatrice di divine libagioni celesti ovunqu'ella cantasse e tanto che quando alzava la sua voce il volo verso i lidi del perfetto amore i suoi acuti parevano far risuonare tutte le campane della provincia di Sanpietro anche s'ella cantasse nel suo sacello sacerrimo al nume Gabbietti ovverossia l'amena spiaggia eletta di Francina Marta in Val Camonica dov'ella ogni inverno riempiva l'aere di rose e fiori d'ogni balsamo divino, punto e punt'e virgola.


Ora dato che voi avete le orecchie ripiene di merda andata pure a male e siete di un'ignoranza che nemmeno un manovale circasso e non si prenda questa affermazione per espressione di qualche ultronea nostra inclinazione a considerare ignoranti i manovali circassi ma dicevo --:;: che benché voi siete ignoranti e nemmeno si possa pretendere da voi financo la volontà di raggiungere il nostro livello di stilizzatezza superiore o semplicemente di superiorità manifesta ma almeno risparmiatevi di dire cazzate di quella portata perché a noi rischiano di uscirci gli stilizzatissimi e sintatticissimi occhi dalle orbita sacerrime e a voi che vi si tratti non proprio bene contrariamente a come siete abituati a essere da noi trattati nella nostra magna bontade. Capito infimi?


Ma solo per vostra informazione posso a difesa, ma che dico, di difese la divina De la Fosse proprio non ne necessita, ma comunque per farvi capire quanto ignorante e piccolo e troglodita è quel coglionazzo che l'ha qui presentemente criticata vi dirò solo questo, ad onta anche di tutti quei scimiettini che si piccano di restaurare chissà quali canoni d'interpretazione della musica ossia i classicari che poi altro non sono che parti puteolanti e scagatini del ben più feso, leso e ledente falsismo insomma questi vogliono farci credere che il diapason era variabile mentre la De la Fosse i cui acuti s'accordavano sempre a 215 hz/s dimostrano perché la De la Fosse non poteva sbagliare e aveva l'intonazione relativa, l'unica vera intonazione stilizzata, insomma ciò dimostra che il resto è tutto una cagata pazzesca e che così si deve cantare, punto e virgola, anzi punto e croce. E poi andate un po' tutti a farvi una purga ma prima dalla bocca perché mi sa che gli stronzi vi escono più da lì che dal naturale orifizio... Dio mio cosa si deve leggere, per dindirindina ecc. ;9;s,s,


Ecco il programma del concerto, ovviamente dell'unico compositore degno di essere cantato da cotanta grazia ipermondana:


ROFFINI (e chi, sennò):


1) Cantata della Giovannona Coscia Lunga

2) Aria di Arsacolm della Zelmiramide

3) Rondò di Isjard'ha dall'Algerina a Lampedusa

4) Aria di Cazziero dalla Negra e Cazziero


e tanto basta. Allegata la locandina originale del concerto, avvenuto nella gloriosa (olim) città di Capistronfoli sulla Frascapendente nell'ormai lontano 1871.

lunedì 7 settembre 2009

Pippo Lebusky, tenore-contro - LSD



S’inaugura oggi una serie, se mai avrà un seguito il presente articolo, di recensioni dedicate a artisti che oggi vanno per la maggiore a causa del degrado culturale, della destilizzazione e dell’incapacità dei modesti cerebri degli uomini odierni a potere cogliere, pur nella semplice intuizione di chi non può sapere, la presenza del VCS tra di noi.

Cominciamo dunque da questo disco uscito da qualche tempo per le stampe della casa discografica albanese Svirgin. La copertina già di per sé (una rondine non fa primavera, ma in questo caso lo fa davvero, ed è cosa mirabile) è aberrante: un uomo barbuto, in posizione assai poco languida e adatta al suo sesso, con in prospettiva un orinatoio pubblico ove un vero uomo non andrebbe mai a espletare i suoi stilizzati bisogni. Passiamo al titolo dell’album, provocante quanto basta ma, dopottutto, in linea con la triste andazzo attuale delle coscienze dormienti: LSD, sigla indicante, come forse non sapete, La Stilizzazione Devastanda, menglio conosciuta come Standa, luogo di perdizione persino di quelle rarissime anime ancorate al verbo del VCS. LSD dunque non è soltanto un biglietto andata e ritorno verso i lidi del nulla, ma anche e soprattutto quel principio di ogni male da cui allignò negli anni 1750 il falsismo più becero e pornografico. E ecco che, quasi a sugello di tanta opera di destrutturazione stilizzatoria la Svirgin intitola addirittura e con sfacciata arroganza un disco a codesta famelica bestia, sacrificio indegno ed immondo, opera del male e destinata a genti abiette.

Passiamo dunque al programma, e quivi è visibile tutto il male che lo LSD s’arma a diffondere per l’universo mondo: non già portentose arie di Roffini ma ariette “da gabinetto”, che i falsingardi operatori della più bassa cultura antistilizzata vogliono diffondere come opere di alto ingegno. Quante tenebre gettate ai volti onde mascherare il lume del vero! E dunque cosa ascoltiamo in questo putrido disco compatto, Numi eterni! Un omone dalla voce fonda e grassa, il tenore-contro Lebusky (che senso ha usare queste voci di cui in tempi più sani non volevano nemmanco i registi di film maialecci) che immaginiamo barbuto e villoso adagiarsi scomposto su una coppa di ceramica a dare sfogo alle sue smanie intestine... Tutto il contrario di quella virilità stilizzata, maschia e potente che esprimevano i virati cantori e di cui il Biondini fu l’estremo rappresentante in quel di Francina Marta sotto la guida e il bastone amorevole del Gabbietti!

I vulgarissima fragmenta qui incisi con quella voce orrendamente animalesca sono esempio manifesto del male che ci circonda. Non fatevi ingannare e seguite la sola, unica, vera via del VCS, senza mai lasciarvi tentare da quegli artificialissimi paradisi olezzanti.

Gigì del Praz
Il programma pseudo turale e realmente cul:


Rinaldo Hi-Han: Al Chilly mentolato
Fagolia Camminata: Il buio (re)cesso
Romino Massenevada: Lamento sulla coppa
Michele Vero-Mi: Nell’opportuno vaso
Edmondino Calzetta: Il culo a libri
Michele Vero-Mi: Primavera floreale
Fagolio Camminata: Mio nonno (dalla raccolta delle Emorro-Odi)
Rinaldo Hi-Han: Brache calanti
Edmondino Calzetta: Deodora-Lillà
Edmondino Calzetta: Papilloma virus
Rinaldo Hi-Han: L’odore squisito